ll Coaching Generativo al tempo del Covid-19

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Intervista a Stefania Ciani, Coach e Trainer Giunti e Treccani Academy

Aiutare gruppi e individui a facilitare fasi di transizione e implementare i cambiamenti nella gestione di sé, dei collaboratori, dei team di lavoro: sono i concetti chiave attorno a cui ruota il Coaching Generativo, un modo diverso di fare coaching che si caratterizza per la capacità di attivare nelle persone una coscienza creativa in grado di trovare soluzioni che prima non erano presenti. Un approccio al problem solving che diviene ancor più utile per le aziende in questo complicato periodo di transizione causato dalla pandemia, per «agevolare un cambiamento più profondo, e accompagnare imprese e persone verso una vera evoluzione» come ci ha raccontato in questa intervista Stefania Ciani, Coach e Trainer Giunti e Treccani Academy specializzata nello sviluppo delle competenze relazionali.

Stefania Ciani

Dott.ssa Ciani, da dove nasce il Coaching Generativo e come si differenzia dagli altri approcci di coaching? 

«Il Coaching Generativo nasce dalla collaborazione tra Robert Dilts e Stephen Gilligan: i due si conobbero da giovanissimi, ai tempi dell’università in California, e fecero parte in modo diverso del gruppo di ricerca creato dai fondatori della Programmazione Neuro-Linguistica. Poi presero strade diverse e, molti anni dopo quella esperienza, si sono incontrati nuovamente trovando punti in comune nel lavoro che avevano sviluppato indipendentemente. Così hanno dato vita alla IAGC (International Association for Generative Change) e al Generative Coachingun modo diverso di fare coaching che si caratterizza per la capacità di attivare nelle persone una coscienza creativa in grado di trovare soluzioni che prima non erano presenti. È incentrato quindi sul concetto di creatività, come capacità di generare qualcosa di nuovo e che allo stesso tempo è espressione autentica di sé. Questo avviene attraverso l’attivazione di tre elementi: uno stato interno funzionale, un dialogo tra istanze opposte presenti nell’individuo e la capacità di mantenere uno stato-risorsa di fronte alle difficoltà al fine di poterle trasformare in opportunità. Si possono trovare connessioni e ispirazioni con diverse teorie come la PNL di III generazione la Theory U di Otto Scharmer, la trance generativa, il flow di Csíkszentmihályi, l’intelligenza emotiva e varie discipline che pongono particolare attenzione al rapporto mente-corpo, all’auto-calibrazione e all’intelligenza somatica».

Come il Coaching Generativo si coniuga con le esigenze aziendali e in quali ambiti professionali trova maggiore applicazione?

«Nel Coaching Generativo non vi è un focus immediato sugli obiettivi, come raccomandato dalla maggior parte delle scuole di riferimento, da Whitmore in poi. Il fatto di non partire dagli obiettivi non significa che non abbia un risvolto pratico. Il focus è sull’identità e sull’aiutare la persona a immaginare l’evoluzione della propria identità per poi individuare gli obiettivi che ne scaturiscono. Per questo ci si concentra più sulle direzioni che sul singolo compito. Questa prospettiva è molto in linea con il contesto economico attuale, dove le aziende e le persone sono esposte a continui cambiamenti. Ad esempio, se sento mia una direzione forte – mettiamo che voglio andare a Nord – posso poi decidere la rotta o persino aggiustare la meta in base ad altri fattori contingenti che si presentano senza che li abbia previsti. Riguardo all’applicazione in azienda, gli ambiti in cui ho trovato maggiore efficacia sono la leadership, specie in momenti di cambiamento o di ripensamento generale della propria attività, e poi il problem solving. Questo metodo infatti si incentra sul generare nuove soluzioni rispetto a vecchi problemi, aiutando a sperimentare un modo diverso di percepire blocchi e difficoltà. Si lavora sulle parti di sé percepite come un ostacolo, per esempio nel raggiungimento di un obiettivo, in modo da reintegrarle nel sistema. Dal momento che “ciò che resiste persiste”, invece che contrastare quello che non piace, si aiuta il cliente ad accoglierlo, si fa esplorare cosa accade se invece di opporsi a quella parte la si supporta e la si lascia evolvere. La creatività spesso scaturisce proprio dal riuscire a mettere insieme istanze opposte e così generare nuove soluzioni».

Come è cambiata l’attività di Coaching con la pandemia e come può essere utile nell’affrontare le sfide poste dal Covid-19?

«Il Covid ha avuto un impatto notevole sulle aziende e sulle persone con esiti diversi. Manager di norma super impegnati nel trovare soluzioni e risolvere quotidianamente una serie di problemi si sono trovati senza poter far niente e con la frustrazione di dover impiegare un tempo che non erano abituati a considerare. Molti hanno sperimentato la difficoltà di gestire le persone da remoto, aggravata dal periodo di incertezza, per non parlare della sindrome del “bisogna essere sempre connessi” data dallo smart working, che per certi versi riflette proprio quel bisogno di tenersi occupati. Questi sono solo alcuni esempi di situazioni che noto nelle aziende. Trovo che lo spirito originario con cui era nato il Coaching, come spazio per riflettere fuori dal rumore quotidiano, abbia particolare senso in questo momento per rimettersi in contatto con se stessi e con le proprie priorità e cominciare a delineare un futuro diverso, che può declinarsi in tanti modi: una nuova attività, un modo diverso di fare impresa, un nuovo stile di leadership, nuovi prodotti o servizi. Perché è chiaro che questo periodo non è solo un file a parte, che a un certo punto potrà essere semplicemente archiviato, ma prevede un ripensamento e una trasformazione profondi. Per questo motivo ritengo più efficace lavorare sull’allenamento delle potenzialità creative, generative ed evolutive della persona piuttosto che insistere sulla performance e sulla motivazione a tutti i costi mantenendo lo stesso approccio “di prima” e sperando di tornare “come prima”. Se riusciremo a concentrarci nel trovare nuove soluzioni, nel vedere le opportunità nascoste, ad accogliere lo scenario attuale così come è, allora i risultati arriveranno di conseguenza. Il Coaching può, in questo periodo, agevolare un cambiamento più profondo, l’opportunità di accompagnare le imprese e le persone verso una vera evoluzione».

Ci può raccontare un caso specifico che l’ha colpita durante questo periodo di emergenza sanitaria?

«Mi viene in mente un piccolo imprenditore in ambito agricolo che seguo da qualche anno e che già da un po’ aveva cominciato a spingere sull’innovazione, a fronte del contesto ancora molto tradizionale in cui opera. La pandemia è stata per la sua azienda una conferma decisa che i cambiamenti che stava introducendo erano la scelta giusta e una serie di attività che aveva appena imbastito hanno ricevuto proprio in tempi di crisi un impulso importante. Questo non è stato solo il frutto dell’innovazione introdotta ma anche del lavoro svolto in precedenza sull’identitài valori aziendalila direzione da prendere. Nonostante le dimensioni ridotte e differenziandosi dai concorrenti, è stata una delle imprese a dare da subito priorità alla sicurezza dei dipendenti e a trovare modalità alternative di lavoro con loro. Ciò ha avuto impatto sulla coesione del team, che si è attivato a sua volta per trovare soluzioni migliori per i propri clienti. Questo è potuto accadere grazie al percorso già intrapreso e alla capacità di questo imprenditore di mettersi in discussione, riconoscere le capacità mancanti e impegnarsi ad apprenderne di nuove, prima di chiederlo ai dipendenti».

Qual è la capacità più importante da sviluppare per manager e leader di questi tempi? 

«In questo periodo mettersi in discussione è una capacità fondamentale. Alcuni non hanno capito che non basta resistere o spingere più forte per uscire dal momento che stiamo vivendo: bisogna proprio reimpostare i parametri guida di azione. Chi ha il coraggio di pensarci può dare un futuro migliore alla propria attività. Mantenere una struttura mentale rigida non può portare a un’evoluzione. Ecco perché avere qualcuno che sfidi a vedere le cose da una prospettiva diversa – come avviene nel Coaching – è ancora più importante in tempi difficili».

Giunti e Treccani Academy propone servizi di Coaching e Formazione con progetti personalizzati per le Aziende. Gli interventi custom nascono da un’attenta analisi del contesto aziendale e delle esigenze sia organizzative che individuali per arrivare alla co-definizione di progetti basati su un’interazione autentica con tutti gli stakeholders (Top Management, Direzione HR, Persone) e sull’integrazione delle modalità più appropriate ed efficaci di coaching e formazione.

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