«Essere un Manager non significa comandare da dietro una scrivania»

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Intervista a Francesca Ossani, Presidente Crik Crok Italia

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Francesca Ossani

Storie come questa, che hanno come protagonista una donna tenace e caparbia che riesce a salvare centinaia di posti di lavoro e a rilanciare un marchio storico sull’orlo del fallimento, sono quelle che ci piace raccontare. Parlano di un’Italia fatta di creatività e coraggio, in cui un’azienda come Crik Crok, uno dei principali player nazionali nella produzione e distribuzione di snack salati, si può innovare senza strappi e può competere con nuove idee e nuovi prodotti in un mercato difficile come quello della GDO.

Francesca Ossani è l’imprenditrice che ha deciso di puntare su questa azienda nella quale ha investito in prima persona, senza mai arrendersi. Con lei parliamo dei passi compiuti per rilanciarla e di come cambiamenti e innovazione possono essere introdotti nel mondo del food a livello industriale.

Si è parlato molto sui giornali del suo impegno nel salvare un’azienda storica come Crik Crok. Perché ha deciso di investire in questo settore, lei che veniva da tutt’altre esperienze?

È proprio così, vengo da un altro mondo: mio padre era costruttore e poi albergatore. Lui era partito dal nulla e a me, giovanissima, ha insegnato il valore assoluto del lavoro e dell’impegno. È stata una scuola importante. Dopo la sua morte avvenuta quando avevo solo 22 anni, ho preso la mia strada, e sono andata a lavorare per un periodo con Diego Della Valle, che mi ha accolto lanciandomi una sfida: voleva una persona al di fuori dal suo mondo – io ero laureata in lettere! E per capire se ero quella giusta, mi chiese di disegnare in una settimana una collezione di scarpe. Io non ne sapevo davvero nulla, ma mi sono ingegnata per realizzare le mie idee, sono andata in giro per tacchifici e formifici e sono riuscita a portargli alcuni prototipi. Con Della Valle ho fatto una bella gavetta. Dopo questa esperienze ho creato una mia piccola azienda di costumi e abiti da donna che iniziai a vendere a Parigi, con lo zaino in spalla carico dei miei campioni, nei negozi più eleganti di Place des Victoires. Mi interessava arrivare al top, non mi sarei accontentata di meno. A poco poco questa attività mi è cresciuta tra le mani. Poi, alla nascita dei miei figli, ho un po’ rallentato e ho aspettato che loro crescessero prima di rimettermi in campo in prima persona. Circa due anni fa ho scelto di investire nell’industria alimentare perché volevo cimentarmi con qualcosa di nuovo ed entrare in una catena produttiva. Mi interessa da sempre la dinamica della fabbrica, il capire come si fanno le cose. In fondo ho realizzato un sogno infantile: le patatine fritte ci fanno sentire ancora bambini. Lo vedo succedere ogni volta che invito qualcuno a visitare lo stabilimento: di fronte alla “cascata delle patatine” si emozionano tutti.

Negli ultimi due anni l’impegno per il salvataggio e il rilancio dell’azienda è stato totalizzante. Da dove è partita? 

Le mie linee direttive sono state tre: dare valore al lavoro e alle persone, migliorare la qualità del prodotto e puntare sull’efficacia della rete vendita. Quando sono arrivata in Crik Crok eravamo una specie di start up: c’era bisogno di creare la struttura aziendale. Mancava tutto, a partire dal sistema informatico (non esistevano neppure i badge!), e se l’azienda era riuscita a sopravvivere era stato anche grazie ai dipendenti che si erano “ingegnati” per lavorare in assenza di prime linee. Ho reclutato una responsabile HR, Gaia Degli Esposti, e un Direttore Generale, Sandro Scagnoli, che sono venuti a lavorare con me e hanno creduto in questo progetto dal primo giorno. Tra i primi interventi c’è stata la valorizzazione della rete commerciale. Oltre alla grande distribuzione e all’estero, abbiamo il canale tradizionale, il cosiddetto normal trade fondamentale per la sua azione capillare nei piccoli punti vendita e nei bar. Ho voluto incontrare personalmente tutta la rete vendita per presentarmi e stimolare in loro il senso di appartenenza all’azienda, che per me è una delle chiavi più importanti del successo.  

Un marchio così storico ha bisogno di novità e freschezza per renderlo al passo coi tempi. Come sono nate le nuove Crik Crok?

Abbiamo puntato molto sul brand, che abbiamo un po’ aggiornato graficamente e rimesso in ordine i prodotti che oggi escono tutti a marchio Crik Crok. Abbiamo lavorato tanto anche sul packaging puntando sul colore: se le patatine comunicano gioia, allegria e spensieratezza, allora i colori brillanti delle confezioni trasmettono proprio queste emozioni. Mi hanno scritto in tanti tramite i social e i feedback sono stati tutti positivi. Per quanto riguarda le aromatizzazioni stiamo rispondendo a una richiesta del mercato senza però proporre gusti troppo di nicchia. Ricerchiamo gusti sempre nuovi, ma non vogliamo proporre alternative che poi nessuno consuma.

Nel risanare Crik Crok lei ha investito molto sulle persone che già facevano parte dell’azienda salvaguardando i loro posti di lavoro. Quali sono i requisiti, a suo parere, per lavorare con successo in questo settore?

Voglia di fare e apertura mentale. Quello che un giovane deve portare in azienda è la sua fresca capacità di problem solving. Un tempo chi era a capo di un’impresa pretendeva di tenere tutto sotto controllo personalmente, ora questo non è più possibile e servono giovani manager capaci di affrontare le quotidiane sfide del lavoro in prima persona. Devo dire che le nuove leve che si affacciano oggi al mondo del lavoro a me pare che abbiano una marcia in più forse perché, rispetto alla mia generazione, sono esposti da sempre a una quantità di informazioni enorme. La cosa difficile è saperle governare, casomai, ma se lo sai fare hai un patrimonio di competenze sconfinato. Io poi credo, avendola fatta in prima persona, nel valore della famosa “gavetta”. Bisogna aver voglia di conoscere ogni aspetto del lavoro per comprenderlo davvero e non limitarsi alla propria specializzazione. Chi esce dall’ottimo sistema scolastico italiano ha una preparazione teorica di grande spessore, ma manca totalmente di esperienza sul campo. In questo le Business School sono fondamentali, perché riescono a connettere il sapere teorico all’esperienza in azienda.

Come è nata la collaborazione con Giunti Academy?

L’idea di fare conoscere ai futuri Manager come si lavora in una media impresa mi è parsa subito molto stimolante. Da noi hanno modo di vedere il ciclo completo che va della produzione al confezionamento alla distribuzione. E dato che per me fare il manager non è mai stato comandare dalla scrivania ma conoscere a fondo ogni fase del processo, non potevo che accogliere con entusiasmo l’idea di collaborare con Giunti Academy.

 

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