«Creare connessioni e unire i puntini: questo insegno ai futuri Manager della cultura»

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Intervista a Clara Tosi Pamphili, Vicepresidente PalaExpo di Roma.

Clara Tosi Pamphili

Il PalaExpo è oggi il più grande spazio espositivo interdisciplinare del centro di Roma con proposte di ogni genere: mostre, eventi musicali, rassegne cinematografiche, a dimostrazione che i luoghi della cultura si stanno aprendo sempre più a nuovi stimoli. Abbiamo incontrato Clara Tosi Pamphili, da un anno Vicepresidente del Consiglio di Amministrazione di questa importante realtà romana e coordinatrice didattica dei Master dedicati al Management dell’Arte e dei Beni Culturali di Giunti Academy. Eclettismo, apertura, cultura: le parole chiave che la guidano sia nel suo lavoro quotidiano, sia nel progettare la formazione per i futuri manager di questo settore.

In una realtà multiforme come quella del Palexpo quali sono e come nascono le interazioni tra le varie forme di arte?

Quando parliamo del Palaexpo parliamo di un organismo che si basa su tre luoghi: il Mattatoio a Testaccio, il Macro a via Nizza e il Palazzo delle Esposizioni in pieno centro, via Nazionale. Un polo che rappresenta proprio un’apertura (anche urbanistica) al dialogo con altre storie. Da un anno il PalaExpo ha un nuovo CDA che svolge una funzione più simile a quella di un comitato scientifico: già dalla sua composizione, rivela l’obiettivo di questa nuova forma museale e espositiva. Non c’è, come in tutti gli altri musei, una figura univoca di direttore. Al contrario: il Presidente Cesare Pietroiusti è un artista, io mi occupo di arte, ma anche di moda e di argomenti trasversali all’arte; Fernando Ferroni è Presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare; Maria Francesca Guida, vice presidente di ECCOM, si occupa di progetti complessi e di marketing culturale; Duilio Giammaria, giornalista, conduttore televisivo e scrittore, si occupa di comunicazione. Siamo figure molto diverse tra noi, segno di quell’eclettismo che rappresenta la cifra del nuovo Palaexpo.

E il pubblico come reagisce?

Roma è abituata a una proposta di esposizioni molto standard: arriva la classica mostra importante, resta per un periodo e poi riparte. È un modello che ha un po’ stancato, tanto che sono nate nuove esperienze espositive, diciamo “immersive, ma il cui livello è abbastanza basso. Questo è un momento difficile, in cui la gente fa fatica a uscire di casa e non è sempre disposta a visitare luoghi che richiedono un ulteriore sforzo di approfondimento. Per fortuna il nostro sistema aperto funziona bene. In particolare il Macro, con Macro Asilo, un esperimento curato da Giorgio de Finis, ha aperto completamente il proprio spazio e nel museo sin dal mattino si incontrano persone che leggono o studiano. È frequentato dai più giovani anche grazie al bar e alla connessione Wi-Fi gratuita. Insomma abbiamo creato dei luoghi di accoglienza, delle piccole piazze. Per farlo abbiamo dovuto cambiare completamente la prospettiva economica dello spazio e Macro Asilo è gratuito. Insomma anche la cultura, per attraversare questo momento di cambiamento, deve fare degli sforzi.

Come viene definita la programmazione di un luogo così aperto e interdisciplinare?

Abbiamo costituito un tavolo di programmazione che riceve e esamina progetti dall’esterno, ma che soprattutto  genera nuovi progetti. Non è più solo un luogo che accoglie la mostra che sta girando il mondo, ma un contenitore che produce mostre nuove. Il nostro tavolo è sempre aperto e ci confrontiamo con chi ci propone dei progetti, offrendo contributi e stimoli che arricchiscono la proposta e la rendono più completa. Certo ci avvaliamo anche di esperti italiani e non solo, che conoscono a fondo i temi che stiamo valutando.

Con questo approccio così innovativo, quanto conta la digitalizzazione in atto anche nel settore museale?

Usiamo nuovi strumenti e sperimentiamo continuamente, ma evitiamo quello che sta succedendo spesso nel settore dell’arte, ovvero la tendenza a scegliere la strada più breve, quella più facile. Le nuove tecnologie purtroppo spesso hanno tradotto il concetto di esperienza in qualcosa di molto banale. Le cosiddette mostre “immersive” non rientrano nella nostra filosofia espositiva. A noi interessa il coinvolgimento e usiamo tutti gli strumenti che la tecnologia mette a nostra disposizione per comunicare con il pubblico. Siamo convinti che qualunque mostra si completi solo con la partecipazione del visitatore cui chiediamo dei contributi che entrino a far parte della mostra. La tecnologia ha senso soprattutto se lascia qualcosa di emozionale. Per esempio la mostra Il corpo della voce, Carmelo Bene, Demetrio Stratos e Cathy Berberian aveva una parte scientifica e una interattiva che si completava con l’azione sonora e vocale dei visitatori.

Ci racconta qualcosa sul suo percorso: quali strade l’hanno condotta dove è ora?

Io mi considero un caso emblematico: alla base della mia formazione c’è una buona dose di cultura, sono laureata in architettura, e poi la curiosità, l’entusiasmo e la passione sono stati il carburante che ha alimentato il mio motore. Nel mio caso la grande passione per il cinema, attraverso l’interesse per il costume, mi ha portato a occuparmi di moda. Un argomento apparentemente frivolo che ho però studiato dal un punto di vista culturale e che mi ha permesso di creare agganci con l’economia, la cultura, il costume, l’antropologia. Io esorto sempre i giovani a “unire i puntini”, a creare connessioni e a diventare esploratori, per cercare altre strade, e riuscire a vedere dove altri non vedono.

Oltre al suo ruolo ai vertici del PalaExpo, lei è anche coordinatrice didattica e docente del Master Management dell’Arte e dei Beni Culturali di Giunti Academy.  Perché consiglierebbe una formazione post laurea di questo tipo?

La consiglio innanzitutto per quello che Giunti rappresenta per la storia della cultura italiana. Io parto proprio da qui, dal suo patrimonio fatto di testi scientifici, universitari, saggi di approfondimento. È un editore solido, che attinge a fondi culturali, prima ancora che economici o organizzativi. Vi sono poi altri aspetti originali, come quello di essere sull’asse culturale che unisce Roma e Firenze, e il coinvolgimento di docenti straordinari. Ecco, i Master di Giunti Academy sono un po’ fuori dall’ordinario ed è proprio quello che serve oggi: non c’è più la standardizzazione di un tempo e questa Academy rispecchia questo approccio aperto, eclettico, colto e di ricerca.

Quali sono le skill necessarie per un manager che voglia operare nel campo dei beni culturali?

Il manager di oggi deve essere capace di seguire nuove strade rispetto a prima. Deve comprendere che non ci sono più binari predefiniti, ma che anzi la strada va costruita passo dopo passo. Abbiamo – penso per esempio al campo della moda – i manager più bravi del mondo che, oltre alla loro competenza specifica, sono in grado di connettere mondi diversi, facendo convivere aspetti economici, culturali, di sostenibilità.

Tra i punti di forza dei Master Giunti Academy dedicati a questo campo c’è proprio l’eterogeneità dei contributi e delle esperienze sia durante la formazione in aula che nell’ambito dei project work, delle visite aziendali o degli stage presso le strutture del settore. Prossime date di partenza dei Master:

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