«Competence Review: questo serve alla cultura per ottimizzare finanziamenti e risultati»

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Intervista a Erminia Sciacchitano, Chief Scientific Advisor Anno europeo del patrimonio culturale 2018.

Erminia Sciacchitano

In un quadro di generale contrazione degli investimenti in cultura, il Manager dei Beni Culturali ha l’esigenza di trovare nuove strategie e nuovi strumenti, oltre che attirare finanziamenti per  il patrimonio culturale. La collaborazione tra gli Stati Membri dell’UE è sicuramente una delle strade da percorrere ed è per questo che abbiamo incontrato Erminia Sciacchitano, esperta MiBAC in forza alla Commissione Europea e docente dei Master in Management dell’Arte e dei Beni Culturali.

Il mondo dei beni culturali ha un’assoluta necessità di attrarre finanziamenti pubblici. In che modo la cooperazione europea può aiutare?

Il mondo dei beni culturali ha da sempre avuto bisogno di finanziamenti pubblici: il patrimonio culturale infatti difficilmente riesce ad avviare autonomamente processi economicamente sostenibili per la sua conservazione. D’altro canto è giusto che sia così, perché il patrimonio culturale ricade in modo naturale nella sfera dell’interesse pubblico, dato che rappresenta un valore importante per la collettività da trasmettere alle generazioni future.

È però diventato sempre più difficile attrarre finanziamenti perché i budget pubblici dedicati al patrimonio o alle risorse umane che ci lavorano, si sono ridotti un po’ in tutta Europa. A maggior ragione oggi la cooperazione europea diventa importante. Va detto che l’Europa ha una competenza solo residuale sul patrimonio culturale perché il compito di individuare cosa sia considerato tale e quali siano gli interventi da fare è in capo agli Stati Membri. L’UE deve solo sostenerne l’azione, dare coordinamento e supporto. E in passato il coordinamento europeo era tutto sommato superfluo perché le risorse erano sufficienti, il patrimonio da salvaguardare era principalmente quello monumentale e la scelta degli interventi da fare era responsabilità di professionisti con competenze verticali.

Con il passare del tempo abbiamo ampliato esponenzialmente la definizione di ciò che consideriamo patrimonio culturale: il paesaggio culturale, l’archeologia industriale, il patrimonio intangibile, in ultima analisi, tutto quello che rappresenta la memoria della collettività. Quindi da un lato sono stati tagliati i budget, dall’altro la quantità di beni di cui prendersi cura è aumentato. E se a tutto questo si aggiunge che il digitale ha rivoluzionato anche il mondo dei beni culturali, modificando il modo stesso di fruire del patrimonio, è chiaro che la complessità di questo settore è aumentata e con essa la necessità di trovare nuove soluzioni.

Quali sono gli strumenti a disposizione di un Manager dei Beni Culturali e quali le competenze richieste?

In un quadro così radicalmente cambiato il ruolo del Manager dei Beni Culturali diventa cruciale. La conservazione del bene va oggi progettata in modo trasversale e integrato. Il manager ha compiti più ampi che vanno dalla gestione degli aspetti finanziari (competenza che in passato non veniva richiesta agli specialisti del patrimonio), alla capacità di dialogare con esperti dei diversi settori sul territorio, dal turismo all’educazione. Deve poi essere capace di intercettare e gestire i fondi strutturali. In sede di Commissione Europea abbiamo pubblicato proprio in questi giorni un report dedicato alle professioni del patrimonio che si può consultare qui .

Ci spiega cos’è la Convenzione di Faro e quali sono stati i suoi effetti strutturali nell’ambito dei nostri beni culturali?

La Convenzione di Faro, di cui ho curato il dossier a firma italiana, ha capovolto il punto di vista e messo le persone al centro degli interventi sul patrimonio: di ogni intervento dobbiamo domandarci quali siano i benefici per la comunità. Porsi questa domanda significa ricercare una fruttuosa integrazione fra le diverse competenze territoriali, dal turismo alla formazione, perché le persone non guardano alla frammentazione delle istituzioni ma a cosa porta frutti alla propria comunità. Anche il patrimonio culturale deve contribuire allo sviluppo sostenibile della collettività. La Convenzione di Faro non è altro che un quadro valoriale ed etico, essenziale per mettere tutti d’accordo sulla direzione da prendere per affrontare situazioni complesse come quella attuale.

Il 2018 è stato l’Anno Europeo del Patrimonio Culturale ed è stata l’occasione per testare sul campo se questo approccio funziona. In particolare abbiamo verificato l’efficacia del metodo integrato e partecipato, ad esempio facendo conoscere progetti di ricerca con ottimi risultati ai professionisti; ora abbiamo messo insieme diverse politiche con un unico obbiettivo e i risultati sono arrivati subito e in modo più duraturo. Il nome “Anno Europeo del Patrimonio Culturale” non è casuale. Non era l’anno del patrimonio europeo, abbiamo celebrato anche patrimonio non europeo (ad esempio nei musei europei ci sono anche opere non europee)

Come si raggiunge una qualità adeguata negli interventi sul patrimonio culturale?

Bisogna prima di tutto comprendere quali siano gli effettivi bisogni del territorio e per farlo occorrono progetti comuni che producano benefici in tutte le dimensioni dello sviluppo sostenibile. Ambiente, economia, diversità culturale, società. Vanno rispettati dei valori condivisi, va preservata l’autenticità del luogo e per fare questo l’approccio proposto dalla Convenzione di Faro è di grande aiuto.

Quale reputa sia il suo contributo come docente al Master di Giunti Academy?

Il mio obiettivo è quello di trasmettere ai partecipanti i risultati di ciò che si sta dibattendo in Europa. Sono informazioni che non circolano tanto facilmente e che invece sono fondamentali perché forniscono le linee guida degli interventi futuri. Conoscere le linee di policy europee  permette tra l’altro di intercettare più facilmente anche le opportunità economiche e usarle al meglio: i progetti integrati permettono di mettere a sistema  finanziamenti che arrivano anche da aree diverse da quelle culturali come il turismo o la formazione. Diciamo che fornirò dei punti cardinali per orientarsi meglio nel panorama europeo.

A chi dice che con la cultura non si mangia, cosa risponde?

Rispondo che con la cultura non solo si mangia, ma si respira! Abbiamo analizzato più di 200 studi d’impatto in Europa relativi a investimenti culturali. Ebbene è evidente che una buona gestione del patrimonio porta risultati economici importanti. Io credo che non serva la spending review ma una competence review per ottimizzare finanziamenti e risultati.

Firenze a partire dal prossimo 11 ottobre 2019 sarà possibile frequentare il Master di specializzazione in Economia e Management delle imprese culturali, che fornisce strumenti e competenze avanzate per operare in maniera efficace nell’organizzazione e nella gestione delle imprese del settore culturale e nella valorizzazione del patrimonio. Anche grazie a un focus dedicato alle politiche europee in materia di patrimonio culturale.

A marzo 2020, invece, prenderà il via la nuova edizione del Master full time Management dell’Arte e dei Beni Culturali che prevede 6 mesi di aula e 6 mesi di stage.

 

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