Come rendere la Cultura e il territorio italiano un valore condiviso

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Intervista a Claudio Bocci, Direttore Federculture

Quali sono gli approcci più efficaci e gli interventi davvero strategici per tutelare il nostro prezioso patrimonio artistico e culturale e per renderlo realmente un valore condiviso e accessibile a tutti i cittadini? Alcune direzioni sono state intraprese in modo deciso dal legislatore, e il mondo delle imprese e delle associazioni sta reagendo positivamente alle novità normative che  rendono possibili nuove metodologie e nuove formule per la gestione del bene culturale. Abbiamo incontrato Claudio Bocci, direttore di Federculture, la federazione che rappresenta le Aziende e gli Enti di gestione di cultura, turismo, sport e tempo libero. Un osservatorio privilegiato sulle dinamiche legislative e sociali che attraversano in questo momento il mondo dei beni artistici e culturali nel nostro Paese. Con lui abbiamo parlato di valorizzazione del territorio, del rapporto tra Stato e privati, di tutela e di molto altro ancora.

Come si possono aiutare le comunità a trasformare il proprio territorio e il proprio patrimonio culturale e artistico in una risorsa sociale ed economica?

Per prima cosa occorre che il patrimonio culturale sia conosciuto e “riconosciuto” come valore e come eredità culturale dalle comunità locali. È quindi importante diffonderne la conoscenza nei territori e tra i cittadini che li abitano, compresi i nuovi cittadini, i migranti. Questo serve sia per la tutela del patrimonio che per permettere uno sviluppo dei territori grazie alla valorizzazione delle proprie risorse culturali.

Quando parliamo di cultura infatti, è corretto occuparsi della sua tutela, che è essenziale per la trasmissione alle future generazioni,  ma dobbiamo contestualmente anche pensare a progetti di valorizzazione. La gestione dei patrimoni culturali sul territorio deve avvenire attraverso i progetti promossi da soggetti pubblici – sia esso lo Stato o gli enti locali (le Regioni ad esempio sono un soggetto molto rilevante, come anche le Amministrazioni comunali che detengono grandi patrimoni culturali – possibilmente in collegamento con l’impresa privata e la cittadinanza).

Quali strategie servono per consentire un partenariato tra pubblico e privato?

Federculture sostiene con convinzione l’applicazione di nuovi modelli organizzativi. Il modello più diffuso è quello delle fondazioni di partecipazione che permette a soggetti pubblici e privati di sedere insieme nei consigli di amministrazione. Ma oggi ci sono novità normative importanti che impattano sui soggetti che attivamente operano per rendere possibile il partenariato tra pubblico e privato:

  • il Codice del Terzo Settore ha introdotto le associazioni e le imprese sociali impegnate a gestire le risorse culturali;
  • il Codice dei Contratti Pubblici (il c.d. Codice degli Appalti) nel settore culturale prevede un Articolo, il 151 comma 3, che introduce forme speciali di partenariato per favorire la partecipazione dei privati al processo di valorizzazione, e innova radicalmente il percorso di affidamento e gestione ai settori privati del patrimonio pubblico.

Ci tengo  a segnalare sperimentazioni interessanti come quella in corso nel Parco Regionale dei Campi Flegrei, che ha stimolato i cittadini alla partecipazione grazie a dei bandi volti a valutare le proposte di valorizzazione del Parco, uno dei giacimenti più consistenti del patrimonio culturale italiano. Il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, ad esempio, sta raccogliendo idee e proposte per promuovere le tante risorse culturali che sono sotto utilizzate se non addirittura chiuse al pubblico. Ha anche avviato un processo denominato Il Parco delle idee che,  attraverso questa logica partecipativa, coinvolge associazioni del territorio, soggetti pubblici e privati per varare idee di fruizioni socialmente sostenibili del territorio.

Anche l’Art Bonus è potenzialmente uno strumento efficace, ma purtroppo non è molto conosciuto. L’Amministrazione Pubblica spesso non stimola i soggetti privati a usufruirne. Non c’è ancora una vera consuetudine a donare: dati recenti affermano che sono principalmente le fondazioni bancarie e le grandi imprese a beneficiare dell’Art Bonus e dei suoi consistenti sgravi fiscali. Ci sono ancora ampi margini di miglioramento nella diffusione di questo strumento.

Si può misurare l’impatto sociale dell’impresa culturale?

Il vero valore della cultura sono la coesione sociale, l’integrazione e il dialogo. Va da sé che è estremamente difficile misurare tutto questo con metriche ad hoc. Sono molte le realtà aderenti a Federculture che si impegnano proprio per favorire l’integrazione sociale nei territori in cui operano. Un esempio su tutti è il Museo Madre di Napoli che ha attivato una piattaforma – Madre per il Sociale  proprio per favorire l’ingresso al museo dei cittadini più disagiati o di chi, come molti giovani, non sono abituati a inserire la frequentazione del museo tra le proprie attività. Nel contempo, stiamo cercando di sviluppare metriche soddisfacenti che possano misurare questo essenziale valore in termini anche quantitativi. Proprio a questo tema è stato dedicato un panel specifico in occasione di Ravello Lab-Colloqui Internazionali, il “pensatoio” su cultura e sviluppo promosso da Federculture e dal Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali con sede a Ravello.

Come incidono le recenti norme sull’autonomia dei musei sui criteri di valutazione dell’offerta cultura espressa dai principali poli museali?

Una recente indagine di Banca d’Italia ha studiato il fenomeno dell’autonomia dei musei statali individuando in questa riforma un processo positivo. Sono aumentati significativamente i visitatori grazie a un set di misure e azioni che le strutture autonome hanno intrapreso. Questo ci permette di immaginare che, con adeguate politiche pubbliche, si potranno ottenere risultati sempre più incoraggianti. E questa riforma è a nostro parere un primo e importante passo verso, ad esempio, la trasformazione in Fondazione di molti musei pubblici affinché diventino più agili e snelli nelle procedure per la scelta delle professionalità da coinvolgere e delle attività da proporre.

Nel nostro ordinamento è stata importante anche l’introduzione, con la Legge di Bilancio 2018, del concetto di impresa culturale e creativa.  Siamo ora in attesa dei decreti attuativi che rendano effettiva la vita delle imprese culturali orientate alla pubblica fruizione, distinguendole dalle imprese creative legittimamente orientate al profitto. Si tratta di realtà tra loro complementari: entrambe si muovono nell’ambito culturale e creativo ma conseguono obiettivi diversi!

La Convenzione di Faro è in attesa della ratifica da parte della Camera. In che modo questa convenzione permetterà un’accelerazione dello sviluppo del nostro comparto culturale?

Si tratta di una convenzione promossa dal Consiglio d’Europa, una comunità di stati più larga rispetto alla UE. Noi speriamo che dopo la ratifica della Camera dei Deputati, al più tardi all’inizio del nuovo anno,  si determinerà un radicale cambio di rotta del sentiment nei confronti del patrimonio culturale. La Convenzione di Faro introduce, infatti, il tema cruciale del diritto dei cittadini alla partecipazione all’esperienza culturale, fondamentale per la costruzione di comunità di eredità.

Ci racconta una esperienza di collaborazione tra pubblico e privato che abbia saputo valorizzare un sito culturale e la comunità che lo ospita?

Un caso particolarmente emblematico è quello dei Parchi della Val di Cornia – in provincia di Livorno -, che interessa l’area di Piombino, un’area molto delicata perché caratterizzata dall’industria siderurgica, oggi in crisi. La crisi si è manifestata alla fine del secolo scorso e gli amministratori di cinque comuni di questa zona si sono seduti intorno a un tavolo per definire un progetto strategico di sviluppo che fosse alternativo alla grande industria. Così hanno investito tempo e risorse per la valorizzazione turistica e culturale di quei territori, creando una S.p.a. in cui sono stati coinvolti inizialmente anche dei privati. Poi, per motivi normativi, sono rimasti solo i soggetti pubblici, ma il contributo dei privati è rimasto essenziale per dare efficacia ai progetti di valorizzazione che sono stati realizzati. Si è lavorato sulla rivalutazione ambientale, naturalistica e su quella archeologica (di questo sistema di parchi fa parte anche Populonia e la sua necropoli etrusca), senza dimenticare la tradizione mineraria: è stato creato un parco archeo-minerario dove è possibile visitare un’antica miniera. Questo ha significato progettare un’ecosistema in cui la cultura è un sistema vitale favorevole allo sviluppo anche di operatori privati come ristoratori, albergatori, noleggiatori di biciclette. Dal nulla è nata un’impresa che dà lavoro a 60 addetti e a una costellazione di imprese, circa 30 per altri 800 addetti, che hanno rivitalizzato un luogo che rischiava di diventare marginale e che oggi brilla per lo sviluppo e la manutenzione del territorio.

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In cover il Parco Archeologico dei Campi Flegrei

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