Blockchain: un potente alleato per la valorizzazione del Made in Italy

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Intervista a Giuseppe Perrone

Stop alla contraffazione nel settore Wine & Spirit. Oggi produttori e consumatori hanno un nuovo potente alleato contro le truffe: la blockchain. Una vera rivoluzione digitale partita proprio dall’Italia, in grado di garantire sicurezza, consenso, trasparenza e immutabilità all’intera filiera vitivinicola. Una sorta di registro digitalenon falsificabile, contenente informazioni condivise e validate con precise regole di sicurezza: dati rilevanti quali provenienza geografica, tecniche di produzione, luogo e caratteristiche del suolo, fino al numero di bottiglie prodotte. Ecco cosa diventa la blockchain quando applicata alla filiera produttiva vitivinicolaLa difesa e la valorizzazione del Made in Italy passa anche dal digitale e l’industria agroalimentare ha ora uno strumento efficiente per soddisfare la richiesta di trasparenza nelle informazioni sui prodotti dei consumatori di oggi, in particolare dei Millennials, che non scelgono più in base al marchio ma riflettendo su altri valori quali ad esempio la fiducia

Facciamo il punto sull’argomento intervistando l’Ing. Giuseppe Perrone, EY Blockchain HUB MED Leader, parte di un network internazionale di consulenza che ha sviluppato una soluzione, dedicata proprio alla tracciatura della filiera produttiva del vino e che permette l’autocertificazione dell’intero iter produttivo.

Giuseppe Perrone

Per cominciare, Ing. Perrone, cos’è la blockchain?

Nel parlare di blockchain non possiamo che cominciare con un accenno alla sua genesi. All’origine di questa innovativa piattaforma c’è il misterioso Satoshi Nakamoto, pseudonimo del suo inventore, o forse di un gruppo di informatici, che creò la prima bitcoin e il software open source in grado di validare tutte le transazioni della criptovaluta. Il problema che si pose Nakamoto era: come coniare una valuta senza ricorrere a una banca centrale? In risposta sviluppò un algoritmo che potesse coniare una moneta rendendo decentrato, democratico e disintermediato il suo nascere e circolare. La blockchain andò a sostituire le terze parti richieste da sempre per i processi di validazione finanziaria – le banche appunto – attraverso un processo automatizzato diffuso e trasparente. Oggi però questa è solo una delle sue applicazioni, per così dire, quella più famosa. Ci siamo domandati se vi fossero altri ambiti in cui questa tecnologia potesse essere applicata. E ne abbiamo individuati 3:

  • Notaio virtuale: la blockchain è in grado di distribuire un’informazione in modo diffuso, simmetrico e immutabile nel tempo senza la necessità di una terza parte. Tutti i nodi di un network diventano di fatto dei validatori di quanto si sta dichiarando. Questo criterio si adatta perfettamente alla tracciabilità nell’ambito delle filiere produttive.
  • Tokenizzazione: come creare transazioni integralmente digitali, abbattendo i confini tra mondo fisico e digitale? Prendiamo ad esempio il mercato azionario: serve una banca che attesti il possesso di una azione per poterla trasferire. La blockchain connette in un network tutti gli attori e abilita automaticamente la transazione di scambio. Si crea una copia digitale di un elemento fisico e si traduce in un’unità di valore (token) per scambiarlo sul network digitale. Il controllo è diffuso e operato da tutti i soggetti presenti nel network attraverso una validazione democratica e peer to peer.
  • Automazione: grazie agli smart contract – che non sono contratti ma applicazioni decentralizzate – si automatizzano una serie di clausole contrattuali, ovvero regole alla base di una relazione tra le parti. I dati vengono condivisi attraverso il network e fungono da parametri allo smart contract. Qualsiasi nodo può verificare se la regola stabilita è stata rispettata. Se i parametri non vengono rispettati, in automatico l’azione successiva non può essere abilitata. Questo rende ogni passaggio assolutamente trasparente. Immaginiamo le applicazioni in caso di procurement e di gare pubbliche o di una relazione contrattuale.

E come si utilizza la blockchain per la tracciabilità in particolare nella filiera Agrifood?

Intanto serve a connettere in un unico sistema, anzi in un ecosistema, contemporaneamente tutti gli attori che devono condividere informazioni e che fino a ora faticavano comunicare tra loro. Nelle filiere dell’Agrifood gli attori sono molteplici, hanno compiti diversi: dalla produzione, all’immagazzinamento, al trasporto, alla logistica, alla distribuzione. Con questa piattaforma la connessione è immediata anche tra interlocutori lontani tra loro. Le difficoltà non mancano: occorre digitalizzare un mondo che è assai poco digitale. C’è ancora molta burocrazia e si usano ancora molti documenti cartacei perché richiesti dalla legge: le bolle, il disciplinare, il quaderno di campagna per esempio. Quello della blockchain è invece un sistema efficiente e automatizzato che garantisce al consumatore quella trasparenza che oggigiorno viene sempre più richiesta. Chi acquista un prodotto non si accontenta più di leggere un semplice “bollino” sulla confezione. A maggior ragione nell’ambito del biologico, rispetto al quale occorrono garanzie aggiuntive su provenienza e processi produttivi. Oltretutto, nel corso degli anni, non sono mancati casi clamorosi di contraffazione o di aggiramento delle normative.

In che modo la tracciabilità rappresenta un valore aggiunto per il consumatore?

Abbiamo a disposizione dei dati a livello globale dai quali si rileva che l’89% dei consumatori è disposto a corrispondere un premium price a fronte di informazioni certe riguardanti l’origine e la catena produttiva alla base del prodotto che acquista. Il 68% vuole saperne di più e legge con attenzione le etichette. Va instaurato un rapporto di fiducia tra consumatore e produttore perché le intermediazioni sono molte e raramente il produttore può raccontare il proprio prodotto direttamente a chi lo acquista, specie nella grande distribuzione. La filiera è frammentata e se non se ne può controllare la traccia o se mancano le informazioni, come produttore non riesco a raccontarla e come consumatore non riesco a conoscerla. In un mercato molto aggressivo e con una concorrenza molto alta, la blockchain offre un plus rispetto ai competitor. Intendiamoci: tutti hanno l’obbligo della tracciabilità, è prevista dalla legge, ma solo grazie alla blockchain è possibile raccontare in modo certo la storia e la qualità di un prodotto. La blockchain teoricamente non è immune da truffe perché la tecnologia di per sé non è in grado di riconoscere se un dato immesso è dubbio, ma dato che lo associa a chi lo inserisce in modo indelebile e su tutti i nodi di rete, diventa facile individuare chi ha dichiarato il falso. Se poi si connette l’Internet of Value della blockchain all’Internet of Things dei sensori digitali di campo, sulle macchine, sulle cisterne e in cantina o su intelligenze artificiali che sono in grado di contare le bottiglie di una particolare cisterna, ecco che le contraffazioni possono venire facilmente smascherate. È evidente che quanto più le filiere saranno informatizzate, tanto più le informazioni diventeranno immodificabili e verificabili.

In ambito vitivinicolo abbiamo a che fare principalmente con piccoli imprenditori e family business. Come si possono convertire all’utilizzo di tecnologie così avanzate?

In effetti in Italia spesso manca una cultura manageriale nelle aziende. Il rischio di impresa frena in molti casi gli investimenti in tecnologia e si privilegiano scelte conservative. Eppure, oggi come oggi, la tecnologia è una vera e propria commodity: non si può più parlare del digitale come di una nuova tecnologia. In base a delle nostre ricerche, siamo convinti che serviranno circa 10 anni perché la blockchain diventi una tecnologia mainstream. Più o meno quanto ci è voluto al cloud perché diventasse una tecnologia usata da tutti. Forse per le blockchain basterà un po’ meno tempo. Nel mondo vitivinicolo in particolare non è facile fare leva su pionieri tecnologici: è un settore così frammentato e difficilmente permeabile dalle innovazioni. Per fortuna, in Italia  siamo un po’ più avanti rispetto ad altre parti del mondo: l’applicazione che stiamo usando è stata creata qui e siamo stati i primi a usarla per la tracciabilità di filiera. I produttori italiani sono stati i più ricettivi, forse anche perché da sempre ci dobbiamo confrontare con i vini francesi che hanno una reputation straordinaria sul mercato internazionale. Perché questa piattaforma si diffonda, però, più che un gap tecnologico dobbiamo colmare un gap culturale. Una volta comprese le potenzialità la sua applicabilità è semplicissima: di fatto si compra un accesso a un sito web e ottenute le chiavi e il wallet digitale tutto è automatizzato. Non è difficile da imparare.

Blockchain EY Wine management Vino
Il progetto Blockchain per il vino di EY Italia

Come si comunica al consumatore la maggiore affidabilità di un prodotto certificato da blockchain?

Su questo, in particolare, stiamo lavorando molto. Siamo partiti con alcuni progetti pilota. Ad esempio con Lavis e Cantine Volponi, mentre a breve ben altre 10 cantine presenteranno i loro progetti sulla tracciabilità blockchain. Stiamo realizzando con partner internazionali (produttori italiani, francesi e spagnoli) una piattaforma di e-commerce del vino per il mercato cinese: tutti i vini sono tracciati in blockchain con una scheda che ne racconta la storia in ogni fase, dalla vigna, alla produzione, alla commercializzazione. In questi primi progetti siamo riusciti a ingaggiare il consumatore attraverso un QR code che rimanda a una pagina web in cui viene raccontata la storia del prodotto ed è presente un bollino blockchain certified. Cliccandoci sopra si trovano la spiegazione di cosa sia una blockchain e tutte le informazioni sulle fasi produttive. Nel caso di Lavis sono state scansionate dagli utenti circa il 50% delle bottiglie e nella grande distribuzione siamo arrivati al 23%. Certo, bisogna sostenere questa innovazione con la comunicazione. Dobbiamo invogliare i clienti a utilizzare il QR code. Per questo, ad esempio in Carrefour,  sono stati posizionati totem dedicati e insegne. C’è però ancora tanto da fare. Le enoteche ci possono dare una grande mano nel raccontare tutto questo, per non parlare del canale distributivo specializzato HO.RE.CA.
                                                     

Quali sono le figure professionali che possono governare  questo delicato passaggio?

Servono prima di tutto manager che abbiano un’ottima conoscenza della filiera produttiva. Sono persino più importanti degli sviluppatori perché sanno individuare i dati da condividere e conoscono il processo produttivo a monte di un prodotto. Nel mondo vino noi lavoriamo infatti con gli enologi che ci indicano quali sono le informazioni da raccogliere. Senza dubbio servono anche esperti di tecnologia, professionisti che sappiano supportare le aziende nell’affrontare la digital transformation. E poi occorrono comunicatori ed esperti di marketing che sostengano qualità e valori del brand grazie alla comunicazione social e ad attività con influencer.

La tematica della Blockchain, associata alla sostenibilità economica e all’importanza della tracciabilità dei dati, è trattata all’interno del Master full time Management in Food & Wine rivolto a giovani neolaureati. Il Master si propone di offrire ai partecipanti gli strumenti necessari per poter operare nel settore enogastronomico e per ricoprire quei ruoli che sono oggi fondamentali per sostenere i brand e le aziende produttrici con uno sguardo alla sostenibilità e all’etica. Si parlerà di competenze e strumenti necessari per governare i cambiamenti del settore del vino anche nel Master Executive Wine Management, dedicato a imprenditori dell’industria vitivinicola, a manager e professionisti del comparto vino, a enologi e a tutti coloro che sono fortemente motivati a lavorare in questo importante segmento del Made in Italy.

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